Top-down & bottom-up

Andrea Messa | Roberto Caielli | Carlo Galfione

Galleria Riccardo Costantini, Torino

C’è un principio d’elezione dietro la differenza tra cultura alta e cultura bassa. Il sospetto che questa elettività nasconda un ordine gerarchico, e che tale gerarchia culturale rifletta specifici rapporti di potere, muove costantemente la critica verso l’interrogazione della cultura cosiddetta alta. Contro di essa, un’opposizione interna alla sfera dell’arte ha spinto la sua evoluzione fino alla mescolanza dei livelli culturali, mentre una esterna resta costantemente vigile e tesa a far emergere, sul piano sociologico, i presupposti storici, sociali ed economici della produzione artistica, mai realmente indipendente. Questa diffidenza ha portato verso una caduta delle distinzioni e alla confusione dei livelli. Chi è autorizzato, d’altra parte, a incasellare nell’opportuno grado culturale un certo prodotto? E quali sono i metodi di legittimazione di questa autorità?

Nel processo inquisitorio, la gerarchia dei generi di impianto secentesco è stata completamente disfatta, così come il “disinteresse” del godimento dell’opera d’arte teorizzato da Kant, visto piuttosto come una compensazione borghese ad un’esistenza troppo schematica, nonché come strumento di autoaffermazione sociale di questo ceto. Tutt’altro che disinteressata, la cultura alta giova agli interessi di un certo sistema di potere.

Walter Benjamin accolse con ottimismo la possibilità di riproduzione tecnica dell’opera d’arte, che permetteva la diffusione dei prodotti culturali attraverso tutte le classi e l’accesso delle masse ad ogni livello di conoscenza. Decenni dopo, d’altra parte, Adorno polemizzò contro la formazione di una cultura di massa. In essa, infatti, vide uno schema di dominio preordinato, in cui il potere che detiene il controllo della comunicazione può stabilire sia i contenuti trasmessi che i modelli di comportamento in cui gli spettatori possono (e devono) identificarsi.

Il rischio, infatti, è quello di non distinguere più nulla, di affidare tutto al gusto personale formato dalla continua relazione dello spettatore con le televisioni ed internet, con il cinema blockbuster e la letteratura preconfezionata per il successo commerciale. Se l’artista contemporaneo non potesse distogliere lo sguardo dai cliché culturali ordinari della società in cui vive, lo spettatore si troverebbe di fronte allo stesso spettacolo sia in un museo che di fronte ad un monitor. Forse, dunque, oltre la ferma distinzione tra un alto e un basso della cultura, ed evitando anche di cadere nella totale confusione, è lecito piuttosto mantenere viva la tensione dialettica tra i due poli, consentendo trasferimenti da una parte all’altra, manipolando gli ingredienti che provengono da ogni livello, favorendo sempre il cambio di prospettiva.