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2/10/2025

FONDAZIONE 107. UNA ZONA FRANCA PER LA CULTURA

Intervista a Federico Piccari | Espoarte #131

La Fondazione107 si trova in un’area della periferia di Torino distante dai punti nevralgici delle attività culturali della città, circondata da edifici irregolari e fabbricati anonimi, qualche laboratorio senza vetrine, una sala slot, nessun negozio, tutto svigorito da un ampio attraversamento stradale che appiattisce lo spazio sull’asfalto grigio. L’insegna della Fondazione è affissa a un cancello che introduce a un ex capannone industriale, un tempo officina dell’azienda di famiglia di Federico Piccari, il cui destino ha seguito l’ovvia delocalizzazione della produzione in altri Paesi. L’intera area è stata, in passato, oggetto d’interesse di un piano di riqualificazione urbana, poi sfumato. Nonostante l’abbandono dei propositi urbanistici, Piccari, imprenditore, collezionista e artista, ha portato avanti la sua idea di spazio dedicato all’arte, proprio in quella periferia sempre in cerca di riconoscimento e connessione, trasformando l’ex stabilimento in un luogo di accoglienza per artisti e progetti di mostre aperti a una visione internazionale. Entrare in Fondazione è come accedere a una zona franca della cultura, in una dimensione che oltrepassa il clima anodino del quartiere e subito si anima di creatività e immaginazione, come se l’interno si trasportasse immediatamente a un incrocio delle traiettorie vitali dell’arte.

Quale messaggio, voce o discorso sull’arte sentivi di voler trasmettere attraverso la Fondazione quando è stata creata?
Fondazione 107 apre nel 2009 con la mostra “A Est di niente”, pensata come un focus sul mondo centroasiatico. Da quel momento si è occupata di arte privilegiando artisti che affrontano tematiche sociali comparate in un contesto geopolitico. Parallelamente ha sostenuto progetti site-specific che hanno messo in relazione le opere con lo spazio espositivo, un esempio di archeologia industriale con caratteristiche industriali-architettoniche risalenti agli anni ’50.
La Fondazione nacque a supporto di un progetto immobiliare che prevedeva l’incontro sul territorio di operatori della creatività attraverso la cosiddetta casa bottega, con l’obiettivo di creare sinergie agevolando il contatto tra mondi che difficilmente si incontrerebbero. Attualmente il progetto è in stand-by.

Abbiamo perso la memoria di un decennio, forse di un’epoca – gli anni ’80 – che aveva apparentemente superato i conflitti globali in un estetismo esuberante, freneticamente immaginifico, per il quale le proiezioni sul futuro – nonostante qualche strascico delle tensioni da guerra fredda anche dopo gli accordi di Helsinki del 1975 – erano meno apocalittiche che fantascientifiche. Le mostre della Fondazione affrontano spesso quel decennio, sia per scelta tematica che per attenzione ai suoi linguaggi artistici. Anche quella in corso, Awakening (1988-1993), esplora le trasformazioni all’apice del decennio, negli anni davvero cruciali intorno alla caduta del muro di Berlino. Quale perdita dobbiamo più profondamente lamentare nel mondo attuale rispetto a quel momento? O, al contrario, quali conquiste potremmo vantare?
Insieme a Tiziana Conti e Angelo Candiano, co-curatori di “Awakening (1988-1993)”, abbiamo ricostruito questo sessennio molto complesso e cruciale per l’arte, ancora oggi poco studiato. Le neotecnologie emergono come paradigma dominante. Gli artisti abbandonano il sé come centro indiscusso dell’opera per immergersi in una realtà fluida, multiforme, sempre più dominata da un flusso globale di informazioni. Si annullano i confini tra pubblico e privato, tra reale e virtuale, si dissolve il riferimento ideologico, si modifica la connotazione ontologica: proliferano identità e linguaggi, si apre ad una nuova etica fondata su eclettismo, pluralismo, contaminazione. Si oltrepassano gli stili consolidati: pittura, scultura, fotografia, video, performance convivono senza gerarchie in una nuova libertà di sperimentazione radicale. Ogni media diventa potenziale veicolo di senso. In questo scenario, l’installazione assume un ruolo centrale: non più semplice somma di oggetti, ma dispositivo immersivo e relazionale, capace di dialogare con lo spazio e con lo spettatore. L’artista si fa demiurgo contemporaneo, mescolando tecniche, materiali e concetti per generare energia e significato, libero da condizionamenti. Il linguaggio si fa essenziale, ciò che resta è una matrice rigorosa, minimale, che rifiuta ogni concessione estetica fine a sé stessa.
In Awakening (1988-1992) 32 artisti ci parlano di un mondo che sta cambiando. Le risposte non le abbiamo ancora oggi.

In mostra è presente anche una tua opera. Come elabori il tema e, retrospettivamente, come si lega questo lavoro all’insieme della tua ricerca?
Inizio ad esporre le mie tavole con il silicone trasparente nel 1992. Parlano di un mondo indifferente in cui i nostri sguardi oltrepassano il mondo che ci circonda, in particolare le relazioni umane. Nel corso dei miei 30 anni di ricerca ho utilizzato materiali eterogenei e tecniche sperimentali di processo: la carta abrasiva, la cera in assorbimento, i peli di barba e i capelli, l’amianto, le mascherine anti-covid, i timbri e il sangue. Utilizzo qualsiasi mezzo espressivo ma penso da scultore anche quando dipingo, alla ricerca di un equilibrio all’interno di un universo caotico. Il mio è un percorso a 360 gradi con l’intento di essere letto, un giorno, come un’unica opera totale.

La Fondazione107 ha dedicato negli anni uno spazio significativo agli artisti locali, trovando un misurato equilibrio tra l’attenzione verso le ricerche internazionali e la valorizzazione delle personalità artistiche di Torino e del Piemonte. Questa è forse la tendenza che contraddistingue maggiormente la Fondazione nel panorama delle istituzioni piemontesi. Come si inserisce e come dialoga questa sua prerogativa nel contesto del sistema dell’arte di Torino?
Confermo la tua analisi, negli anni Fondazione 107 ha esposto e prodotto progetti site-specific, tutti inediti. I risultati sono stati molto positivi, riproporrei tutte le mostre presentate, ogni volta al termine di una mostra c’è una sorta di malinconia. Sul nostro sito è possibile prendere visione dei progetti di questi 17 anni di attività. Fondazione 107 è anche editore, le mostre sono sempre accompagnate da un catalogo. Ritengo fondamentale l’attività editoriale perché consente ai progetti di vivere nel tempo e di conservare un valore didattico. La mostra Awakening (1988-1993) fa luce su un periodo storico ancora poco approfondito, forse a causa della sua complessità. Il catalogo sarà presentato il 27 settembre,  è un documento di ricostruzione storica importante con testi inediti, un saggio sulle neotecnologie e la diretta testimonianza dei 32 artisti invitati che hanno dato una propria lettura attraverso l’opera presentata in mostra.
Se per sistema si intende un insieme di elementi interconnessi o sinergici, ritengo questa caratteristica non riscontrabile. Ci sono operatori capaci, eccellenze professionali e competenze, ma tutti liberi battitori che non comunicano tra di loro. Per fare sistema occorrerebbe un soggetto super partes capace di promuovere dialogo e collaborazione. Di conseguenza manca anche il “sistema” Italia, è sufficiente visitare la Biennale di Venezia per comprenderlo.

Federico Piccari è laureato in Economia e Commercio a Torino. Inizia ad esporre le sue opere nel 1990. Dal 2009 è direttore artistico di Fondazione107 a Torino, di cui a curato numerose mostre di carattere internazionale, tra cui A est di niente. Arte contemporanea nell’Asia postsovietica, In difesa. Artisti da Africa, Asia Europa, Russia, Usa e Medio Oriente, DeGeneration of painting, Hortus conclusus e molte altre.

www.fondazione107.it