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04/6/2026

FUSION ART GALLERY. RIAPRE LO SPAZIO, CAMBIA LA DIREZIONE

@reFRAME

La riapertura della Fusion Art Gallery: conversazione con il nuovo direttore Michele Bramante

Dal maggio 2026 il critico d’arte e curatore Michele Bramante assumerà la direzione della Fusion Art Gallery, storica galleria torinese fondata nel 2002. Aperta inizialmente negli spazi del Fusion Café in via Sant’Agostino, la galleria si è trasferita nel giugno 2003 nei locali di piazza Peyron, dove ha proseguito la propria attività fino alla chiusura nel marzo 2020 a causa della pandemia di Covid-19. Dopo alcuni anni di inattività, lo spazio si prepara a riaprire con una nuova programmazione espositiva e una mostra inaugurale prevista per il prossimo mese di maggio. Ne abbiamo parlato con il nuovo direttore.
Intervista

Come è nata lopportunità di assumere la direzione della Fusion Art Gallery e quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto ad accettare questo incarico?
Frequentavo spesso la Galleria, e con Vallini, proprietario degli spazi, corre un’amicizia di lunga data. Dopo la chiusura nel 2020 abbiamo continuato a sentirci e incontrarci, a volte per occasionali proposte di collaborazione professionale. Ricordo che in uno di questi incontri fui io stesso a chiedere se non avesse intenzione di riprendere le attività della Galleria. In quel momento la sua risposta fu incerta, erano molte le titubanze e si avvertiva anche un certo disincanto per qualcosa che era mancato negli ultimi anni. Poi arrivò la telefonata con la proposta dell’incarico. Dirigere uno spazio espositivo significa orchestrare un luogo e le sue relazioni attraverso l’arte in completa autonomia e libertà, con tutti i rischi e la consapevolezza delle tante complessità che fanno da sfondo alle scelte e alle azioni. Sentivo che un luogo simile mancava nel mio percorso professionale e, senza necessariamente cercarlo, è arrivato da sé a bisbigliarmi una tentazione all’orecchio.

Avevi già avuto in passato occasioni di collaborazione o di confronto con la Fusion Art Gallery e con la sua storia espositiva?
Non ricordo più in quale anno, ma sotto la direzione di Barbara Fragogna, che ha condotto la Galleria nell’ultimo periodo di attività, collaborammo per un’edizione delle mie “conversazioni” sull’arte contemporanea. Non sono un insegnante, ma amo incontrare il pubblico per raccontare l’arte e le idee alla base delle mie iniziative curatoriali. Con ogni probabilità, parallelamente alle mostre e agli eventi, nella nuova programmazione di Fusion non mancheranno occasioni per incontri, dibattiti, tavole rotonde e tutto quello che può essere condiviso con un pubblico di cui io stesso faccio parte.

La galleria ha avuto negli anni un ruolo significativo nella scena artistica torinese: in che modo pensi di confrontarti con questa eredità?
Con grande riguardo ma anche con piena emancipazione. Il mio lavoro dovrà ambientarsi al luogo, ma il luogo dovrà trasformarsi per accogliere una nuova persona che ha il compito di plasmarlo. E’ come iniziare ad abitare una casa affrescata con pitture degne d’essere ammirate, ma gli ambienti saranno riadattati secondo il gusto e le propensioni del nuovo inquilino. Confesso di non avere molta intenzione di impegnarmi ad approfondire il lavoro dei miei predecessori, che del resto ho conosciuto, seppure in modo epidermico, frequentando la Galleria, ma la voce della sua storia sarà incarnata dal fondatore Vallini, con il quale verrà mantenuto un dialogo continuo. Credo siano sufficienti la fiducia e la stima che ha mostrato nell’assegnarmi l’incarico perché sia garantita la serenità del nuovo corso a cui proverò a dare espressione. In fin dei conti, non può mai esserci soluzione di continuità tra il passato e una nuova storia. Entrambi fanno parte del Tempo.

Quale orientamento curatoriale pensi di imprimere alla galleria in questa nuova fase della sua attività?
Sorrido perché in realtà temo di non avere in mente alcuna linea precisa. Il concetto di “orientamento curatoriale” ha una sottotraccia di oggettività, come se rispondesse alla convinzione che l’arte debba essere in un certo modo secondo il parere di qualcuno contrario all’opinione di altri del settore. L’arte non deve niente a nessuno. La mostra che inaugurerà la nuova stagione di Fusion va nella direzione della pittura, con quattro artisti internazionali che mi aiuteranno in una disamina dello sguardo supportata da questa forma di espressione artistica. Tuttavia, cercherò di evitare qualunque corso monologico, e basterà lasciarmi sedurre – credo sia il termine chiave – da una qualsiasi ricerca per volerle offrire accoglienza. È del tutto probabile che nel tempo possa diventare riconoscibile una certa identità, che accetterò con piacere, ma non è detto che non farò qualcosa per destabilizzarla. Quello che muoverà le mie scelte sarà l’affezione per ciò che scopro nelle opere e negli artisti. In generale sono meno attratto dall’arte che si declina in rapporto a problematiche contingenti. Siamo tutti consapevoli che l’artista non è avulso dalla storia, che ogni individualità si colloca nei nodi di un sistema complesso e sfuggente di influenze e responsabilità, ma personalmente sono più attratto dall’opera che riesce a far vacillare il pensiero tra il reale e l’inconcepibile. E questo può essere fatto anche partendo dai temi più “attuali”, o “urgenti”, o quel che si vuole.

Intendi privilegiare artisti emergenti, artisti mid-career oppure costruire un dialogo tra generazioni diverse?
Anche in questo caso non penso a una posizione univoca. Amo lavorare con gli artisti che incontro e ammiro nel corso delle mie personali vicende, ma mi entusiasmo anche per il passato, spesso per autori che non hanno avuto un posto centrale nella letteratura artistica, necessariamente selettiva, ma che si sono espressi in modo sensibile e persuasivo, esercitando un certo fascino sulla mia curiosità. Non so, sarei contento di fare una mostra su Arthur Cravan. Avendo disputato qualche incontro di pugilato da ragazzino (e ancora oggi mi alleno) mi fa sorridere la sua preparazione dilettantesca per incontrare il campione del mondo in carica allo scopo di…essere sconfitto, in una performance artistica con pugni veri incentrata sulla poesia del fallimento in chiave dadaista (senza tralasciare l’allettamento della borsa per un artista costantemente al verde). Ma si tratta del primo nome che mi è venuto in mente, solo uno tra i personaggi di una mitologia personale.

Quanto sarà importante per la galleria il rapporto con il territorio e con la scena artistica torinese?
L’importanza di questo rapporto è ineliminabile, nulla vive se non nel proprio ambiente. Il territorio è certamente strategico, nel tempo ho capito che non può e non deve mancare in una qualunque pianificazione progettuale, ma in questo momento non sto affatto pianificando. Spero che il territorio, per riferirci al solo ambito torinese, ci amerà quanto io voglio amare lui. La Galleria è un luogo temporale in cui si costruiscono le relazioni.

Nel sistema dellarte contemporanea di oggi, profondamente trasformato tra fiere, fondazioni private e piattaforme digitali, quale pensi possa essere il ruolo specifico di una galleria indipendente?
Avere una voce che venga udita da quel sistema, e non solo. Non mi aspetto necessariamente di essere invitati a parlare, e non necessariamente ci rivolgeremo a quel sistema come interlocutore privilegiato. Una Galleria non è che un luogo nel quale avvengono cose, e come tale rimane aperto cercando e chiedendo ascolto, presumibilmente anche attraverso le fiere, con qualsivoglia istituzione e con gli ecosistemi della comunicazione digitale. Un esercizio commerciale può conoscere una crisi, forse anche un intero settore come quello delle gallerie, ma un luogo, che hai definito indipendente, semplicemente esiste, si esprime e viene interpretato. Certamente non vedo una competizione tra il ruolo di una galleria e gli ambienti più evoluti del sistema dell’arte contemporanea.

Negli ultimi anni si è spesso discusso della crescente sovrapposizione tra dimensione curatoriale e dimensione commerciale nelle gallerie. Come immagini lequilibrio tra ricerca critica e sostenibilità economica?
Bisogna intendersi sull’argomento. Se ci riferiamo alla collusione tra la ricerca scientifica e culturale e il mercato, si tratta di un fenomeno ampiamente descritto dai teorici del postmodernismo. Se invece il discorso è circoscritto alla proposta singola delle gallerie – che in fin dei conti sono attività commerciali -,  allora si tratta del conflitto, sempre presente, tra la necessità materiale da una parte e l’indipendenza dell’arte e della cultura (che sono l’oggetto dei loro negozi) dall’altra. A tale proposito hai usato il termine più adatto, “equilibrio”, che funziona in ogni circostanza. Tuttavia l’equilibrio è dinamico. Quel bilanciamento può essere raggiunto e mantenuto nel lungo periodo, alternando mostre ed eventi con opere più facilmente collezionabili, senza rinunciare alla qualità e all’importanza della loro espressione, con altre meno afferrabili dal punto di vista del mercato. Fermo restando che il capitale è in grado di fagocitare tutto, quindi si tratta anche di crescere insieme al pubblico. Resta sempre la possibilità del fallimento lirico alla Cravan.

Quanto è importante per una galleria costruire nel tempo un progetto culturale riconoscibile, oltre alla semplice programmazione espositiva?
Tenendo fede alla propria inclinazione, alla propria indole, al proprio estro, la riconoscibilità sarà un effetto derivato. Finora ho parlato della più ampia libertà di scelta, ma le iniziative saranno tutt’altro che improvvisate. Ognuna sarà il frutto di attenzione e ponderazione, in rapporto a una molteplicità di fattori quali i rapporti con gli artisti e con l’importanza del loro lavoro, la risposta del pubblico, le inclinazioni soggettive e l’evoluzione delle idee nel tempo. Tuttavia, anche se la linea potrà apparire talvolta discontinua, sarà certamente percepibile qualcosa in comune tra le iniziative. La riconoscibilità diventa fondamentale perché il pubblico si abitui ad aspettarsi, pur nell’imprevedibilità del programma, di trovare sempre qualcosa di interessante.

Guardando alla programmazione futura, immagini anche progetti che vadano oltre la mostra tradizionale, come pubblicazioni, incontri o collaborazioni con altre istituzioni?
Non vedo l’ora di fare tutto questo, se ne avrò l’opportunità.

La riapertura sarà accompagnata da una mostra inaugurale il prossimo maggio: puoi anticiparci il progetto espositivo e gli artisti coinvolti?
Sono stati invitati quattro pittori internazionali, due residenti in Italia, gli altri in Germania. La mostra, che ho intitolato Lo sguardo verificato. Pittura e natura contro la falsa visione, esplorerà il valore della pittura nell’epoca in cui algoritmi, cibernetica e immagini automatiche minacciano di separare i sensi dalla mente e dal corpo. In estrema sintesi, il rinnovato esperimento sulla pittura può restituire all’umano la sua capacità di guardare, pensare e abitare il mondo senza delegare alle macchine le proprie sensibilità e percezioni.

Guardando ai prossimi anni, quali sono gli obiettivi che ti poni per questa nuova fase della Fusion Art Gallery?
Io e la Fusion vorremmo consolidare il nostro posto nel panorama artistico locale, diventando una certezza nella coscienza artistica di Torino, ma aspiriamo anche a inserirci in una rete di relazioni internazionali, che già abbiamo cominciato a tessere con la preparazione della prima mostra. Vorremmo che i nostri progetti non avessero luogo solo nel nostro spazio, ma che potessero trovare accoglienza anche presso altre realtà extralocali. Anche se conosco il mondo delle gallerie da un altro punto di vista, e anche se mi accade occasionalmente di dare dei suggerimenti a qualche collezionista, la conduzione di una Galleria è per me un fatto del tutto nuovo. Studieremo i modi per crescere, sfruttando le nostre relazioni ma anche gli apparati del sistema, tra fiere, piattaforme digitali e tutte le prossime trasformazioni.