2/7/2025

FONDAZIONE SANDRETTO RE REBAUDENGO. UN PERCORSO DI DIALOGO, SPERIMENTAZIONI E RELAZIONI LUNGO 30 ANNI

Intervista alla Presidente Patrizia Sandretto Re Rebaudengo | Espoarte #130

Nel 1995 l’embrione della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo era costituito dalla collezione d’arte raccolta per attenzione, gusto e interesse privato dalla fondatrice Patrizia Sandretto. Oggi la sua Fondazione è riconosciuta come una delle istituzioni italiane dedicate all’arte contemporanea tra le più stimate e accreditate nel sistema internazionale dell’arte. A Palazzo Re Rebaudengo a Guarene (CN), nel centro espositivo di Torino e nel Parco d’Arte di Guarene palpita un’attività inesauribile di mostre, programmi di formazione e didattica, incontri, convegni, residenze per artisti e curatori, destinata a cambiare il modo in cui l’arte del presente si relaziona con il pubblico e la dimensione sociale, che sono ad un tempo i beneficiari e l’oggetto dei suoi discorsi. Le mostre in corso completano un ritratto della complessità antropologica e sociopolitica dell’uomo. La pittura dell’artista etiope Jem Perucchini migra verso la tradizione occidentale, da cui attinge per le raffinatezze bizantine, le regolarità della forma classica e le visioni del realismo magico, e la assimila nella propria identità etnica e individuale. Teresa Solar Abboud muove i materiali delle sue sculture in una zona ibrida dove la crescita biologica si sviluppa fino a creare curve aerodinamiche artificiali. La loro evoluzione continua trascina lo spazio in una lenta e sinuosa rotazione. La videoinstallazione di Alessandra Ferrini, una combinazione pulsante di memorie storiche e proiezioni della libido tecnologica legate alla guerra per la colonizzazione italiana della Libia, ribadisce l’attenzione e il sostegno costante della Fondazione verso le ricerche di artisti impegnati nell’analisi critica della società e nella continua rivendicazione di nuovi equilibri.

Con 30 anni di vita a Torino la Fondazione ha in qualche misura riscritto la storia culturale della Città e la memoria di un’intera generazione di appassionati d’arte. Come si è evoluta durante questo lungo periodo? In quali aspetti ha conosciuto le maggiori trasformazioni rispetto agli esordi? E, più romanticamente, quali sono i momenti che ricorda con maggiore entusiasmo di tutta questa esperienza?
Trent’anni rappresentano un traguardo importante ma soprattutto costituiscono una solida base per continuare a produrre cultura. Quando ho costituito la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo nel 1995, desideravo creare uno spazio dedicato all’arte contemporanea che fosse al tempo stesso laboratorio e luogo di incontro, capace di sostenere gli artisti e le artiste e coinvolgere nuovi pubblici. Oggi, dopo tre decenni di attività, guardo con orgoglio a un percorso fatto di dialoghi, sperimentazione e relazioni, nel quale abbiamo accompagnato e sostenuto le ricerche delle ultime generazioni, costruito network internazionali e istituito un rapporto profondo con i nostri pubblici.
Fin dall’inizio, abbiamo scelto di mettere al centro l’arte come strumento per leggere e comprendere la contemporaneità. Questo ha significato non solo curare mostre e produrre nuove opere ma anche coltivare una dimensione educativa che è diventata un pilastro della nostra identità. Abbiamo sviluppato progetti rivolti alle scuole, ai giovani, ai visitatori e alle visitatrici di ogni età, alle persone fragili e disabili, convinti che l’arte debba essere accessibile, capace di generare conoscenza, senso critico e inclusione.
La Fondazione ha introdotto, per prima in Italia, la pratica discorsiva della mediazione culturale dell’arte, rendendo l’esperienza di visita in mostra un momento di dialogo e di confronto. Questo approccio ha reso la Fondazione un luogo aperto e ospitale, permeabile ai discorsi e ai cambiamenti sociali e culturali. Oggi, il nostro impegno rinnova il sostegno ai giovani talenti, la collaborazione con le istituzioni, la ricerca di nuovi modi di comunicare l’arte contemporanea attraverso le forme aperte della transdiciplinarietà. Guardo al futuro con fiducia perché so che la Fondazione è pronta ad affrontare le urgenze del presente, che oggi sono legate soprattutto ai temi dell’ambiente e della sostenibilità, alle questioni di genere, all’inclusione sociale.
Tra le tappe significative della storia della Fondazione, ricordo l‘apertura nel 1997 della nostra prima sede a Palazzo Re Rebaudengo a Guarene, una dimora settecentesca, di proprietà della nostra famiglia, tra le colline piemontesi del Roero; nel 2002, l’inaugurazione del centro d’arte di Torino, nel quartiere San Paolo, un’architettura ex novo progettata dall’architetto Claudio Silvestrin; nel 2017, la costituzione della Fundaciòn Sandretto Re Rebaudengo Madrid, che promuove mostre in luoghi storici della capitale spagnola; nel 2019 il Parco d’arte Sandretto Re Rebaudengo sulla Collina di San Licerio a Guarene, un parco di grandi sculture open air accessibile gratuitamente; nel 2022, l’Isola di San Giacomo nella Laguna di Venezia. Ognuna di queste aperture ha determinato nuove linee nella nostra programmazione, a livello di contenuti e metodologie.

Quale ruolo specifico hanno oggi le Fondazioni come la sua accanto alle altre istituzioni per l’arte contemporanea? Intendo dire che il museo tradizionale potrebbe avere consumato la sua funzione di scrittura e conservazione della storia, diventata non meno duttile del presente. La sua Fondazione non offre una narrazione permanente, il suo spazio assomiglia più a un mandala che si ridisegna e cancella seguendo il ciclo vitale delle mostre. Questo movimento potrebbe rappresentare meglio la contemporaneità, attraverso l’immagine di un presente sempre alla ricerca di senso. La Fondazione Sandretto può essere considerata, in quest’ottica, più contemporanea di un museo d’arte?
Credo che oggi le Fondazioni private, come la nostra, abbiano assunto un ruolo sempre più centrale e complementare rispetto alle istituzioni museali tradizionali. Non si tratta di sostituire il museo ma di lavorare in sinergia, esplorando linguaggi e modelli più agili, capaci di rispondere con prontezza alle trasformazioni del presente.
La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, sin dalla nascita, ha scelto di non ancorarsi a una collezione permanente ma di produrre mostre e progetti, adottando formati flessibili  e aperti. Quando penso alla Fondazione e alle sue molte sedi mi viene in mente l’immagine dell’arcipelago ma anche l’associazione mi piace molto: ogni mostra nasce, si sviluppa, si dissolve, lasciando una traccia che si ricompone, sempre diversa, nel progetto successivo.
È un modello che riflette la natura stessa dell’arte contemporanea: mobile, relazionale, talvolta effimera, come nel caso di una performance.
A differenza del museo, che per sua vocazione custodisce e storicizza, la Fondazione lavora sul presente: questo non significa rinunciare alla profondità o alla memoria ma cercare altri strumenti per costruire senso. In questa prospettiva, l’istituzione che presiedo può forse essere considerata “più contemporanea” nel metodo, non perché più attuale, ma perché più vicina ai processi della creazione artistica. Accompagniamo gli artisti nella produzione, li sosteniamo nella ricerca, li mettiamo in relazione con pubblici diversi. Non raccontiamo una storia unica e lineare, ma molte storie, frammentarie, plurali. È una responsabilità grande che però ci concede anche una straordinaria libertà: quella di essere parte e motore di una trasformazione continua.

Come sarà il futuro dell’isola veneziana, diventata il terzo polo della Fondazione? Nelle presentazioni che precedettero le prime iniziative ricordo che aveva annunciato il proposito di renderla multi e transdiciplinare, oltre l’esclusività delle arti visive caratteristica delle sedi di Torino e Guarene. L’isola verrà trasformata in una specie di opera d’arte totale? Cosa è in preparazione per la prossima Biennale d’arte?
Contiamo di completare i lavori entro il 2026. Desideravo da tempo che la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo avesse una sede a Venezia e quando mio marito ed io abbiamo scoperto l’isola di San Giacomo da subito abbiamo capito che era il luogo perfetto. Questo piccolo lembo di terra in mezzo alla laguna è un intreccio di storie antiche ed è un prezioso ambiente naturale. Da tre anni l’isola è diventata per me un avamposto dei sogni. I lavori di recupero sono guidati dal rispetto della storia e dei valori del luogo e dall’attenzione al suo ecosistema: abbandonata da oltre sessant’anni, l’isola è stata nei secoli un monastero, un punto di sosta dei pellegrini in viaggio, poi una vigna, un orto e infine un sito militare fortificato. Il nostro progetto è quello di trasformarla in un giardino, di restaurare gli edifici in rovina (le ex polveriere), riadattandoli a spazi espositivi. Qui la Fondazione organizzerà mostre, performance, residenze artistiche, convegni, spettacoli dal vivo, in un dialogo che coinvolgerà arte, architettura, musica, cinema, teatro, danza. L’isola di San Giacomo sarà completamente autosufficiente dal punto di vista energetico, un centro ecosostenibile dove affrontare, attraverso l’arte, i temi cruciali del Climate change e dell’ambiente.
La Fondazione ha già “battezzato” l’isola nell’aprile del 2022, durante le giornate di apertura della 59ª Biennale di Venezia, ospitando la performance dell’artista brasiliano Jota Mombaça, intitolata In the tired watering, un intervento poetico e impegnato, dedicato alle qualità dinamiche dell’acqua e ai sentimenti di inquietudine che proviamo di fronte alle minacce di una futura catastrofe planetaria. In occasione della 60ª Biennale, nel 2024, abbiamo presentato il progetto Pinky Pinky “Good” dell’artista, danzatrice e coreografa coreana Eun-Me Ahn: un rituale collettivo e trasformativo di benedizione, ispirato alla tradizione sciamanica coreana e concepito per l’isola, onorando così la sua nuova esistenza come luogo per l’arte contemporanea.

L’arte contemporanea, anziché rappresentare i valori della cultura dominante come in passato, riflette l’autoritratto libertario dell’umanità. Al di là delle sue specificità, potrebbe essere questo il ruolo generale dell’arte, oggi? E’ possibile che possa evolversi perfino oltre questo stadio autoliberatorio? Ha colto recentemente una direzione particolare che potrebbe anticipare la sua prossima mutazione?
In effetti, oggi più che mai, l’arte non ambisce a rappresentare un sistema di valori univoco o “dominante”, quanto piuttosto a mettere in discussione le narrazioni precostituite, a moltiplicare i punti di vista, a restituire complessità. È un’arte che non vuole pacificare bensì interrogare. In questo senso, sì, potremmo leggerla come un’espressione di liberazione: dai canoni estetici, dai linguaggi unici, dalle ideologie omologanti. È una forma di autorappresentazione collettiva, in cui ogni voce ha diritto di esistere, anche quelle più marginali o fragili. Non credo però che questa sia l’unica direzione. L’arte si evolve continuamente, spesso anticipando trasformazioni profonde prima ancora che siano visibili altrove. Negli ultimi tempi, per esempio, colgo una tendenza sempre più forte verso pratiche artistiche che non si limitano alla critica o alla denuncia ma che cercano soluzioni, alternative concrete. Penso alla crescita delle pratiche ecologiche, alla centralità della cura, alla riscoperta di forme di sapere decoloniale, femminista, comunitario. Mi sembra che l’arte stia transitando da una fase di decostruzione a una di rigenerazione. È una mutazione sottile ma radicale, che forse segna l’inizio di una nuova epoca: meno autoreferenziale, più collettiva, più generativa.
Il ruolo dell’arte oggi, e domani, sarà allora quello di continuare a farci domande, ma anche di suggerire possibilità. Non è poco, in un mondo che spesso ha smesso di immaginare.


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