16/9/2026
CLAUDIO COSTA METAMAGICO AL PAV
@Espoarte
Pioniere dell’arte antropologizzata, anticipatore dell’estetica partecipata e relazionale – come accade a chi segue per istinto idee e principi che la teoria riconosce solo a posteriori; erede dell’Art Brut nello sforzo di riconquistare una dimensione purificata della creatività, spinta oltre il culto dell’individuo per essere ricongiunta a una psicologia collettiva e comunitaria: con questi meriti il curatore Marco Scotini ripercorre la storia e la vicinanza alle avanguardie europee dell’artista Claudio Costa in Metamagico, una retrospettiva al PAV – Parco D’Arte Vivente che ripropone al pubblico, grazie a una ricostruzione filologica, anche la sala personale di Costa alla sesta edizione di Dokumenta-Kassel nel 1977. Un’esposizione studiata senza compromessi e compiacenze, com’era nello spirito radicale e intransigente dell’artista.
La ricerca di Costa segue il passo di un futuro che procede all’indietro: dialoga con i linguaggi più avanzati dell’arte, si ispira a Duchamp, conosciuto a Parigi negli anni della sua formazione, guarda al Fluxus e alle sue pratiche antigerarchiche, dibatte in Italia con l’Arte Povera, ma oltrepassa l’avanguardia per evocare lo strato più antico dell’esistenza dell’uomo. L’argilla rappresenta il simbolo di questo paradosso tra modernità e origine. Costa la impiega allo stato grezzo, senza modellare la materia, scegliendola come segno tra le infinite possibilità dei linguaggi sperimentali dell’arte dopo averla liberata dall’uso convenzionale nella plastica scultorea. Prima di avere una funzione estetica l’argilla forgiava utensili, manufatti, feticci, oggetti di culto devozionali e divinatori, nei quali l’utilità pratica non era separata dal significato magico. Costa la riporta ancora più indietro, al suo stadio geologico di terreno vergine, di sedimento naturale da cui un mondo umano di usanze e costumi deve ancora sorgere; ma anche, invertendo la cronologia, all’ultimo strato minerale depositato su antiche civiltà sepolte. Molte opere mostrano questa tensione tra disseppellimento e ritorno della terra, come se lo scavo archeologico rivelasse non solo le tracce del passato dell’umanità, ma anche la fatalità del ritorno all’origine.
Nella prima sezione della mostra, “Archeologia disseppellita”, si entra in un ambiente domestico remoto e misterioso, dove alcuni minerali colorati sono disposti su un piano come se un mago-artigiano li avesse ordinati in base alle loro specifiche qualità, di cui servirsi per creare artefatti secondo una conoscenza antica. Tutto l’arredo è ricoperto da uno strato di fango argilloso, fissando ambiguamente il momento presente tra la riscoperta archeologica o il perpetuo depositarsi della terra su ogni cosa. L’argilla secca pervade l’opera Gli uccelli maestri dell’agricoltore ricoprendo con equità la carcassa di un volatile morto e alcuni attrezzi contadini. Nel Riseppellimento di mandibola e scure magdaleniana Costa rende esplicita l’intenzione di restituire alla terra ancestrale la vita biologica e la cultura umana. Lo sviluppo dell’umanità procede insieme alla putrefazione degli elementi e dei corpi individuali, mostrando analogie con i processi alchemici (Putrefactio + solutio Perfecta).
Da tutto ciò nasce una nuova mitologia, o meglio, Costa dissotterra e trattiene in uno spazio sospeso le condizioni per il sorgere delle culture attraverso i miti. Miti e tradizioni popolari sono quanto di più vicino alla terra si trovi tra le creazioni intellettuali dell’uomo. Costa sa che, nonostante l’affermarsi delle scienze antropologiche, e nonostante la nascente attenzione postcoloniale verso le identità etniche, la civiltà contemporanea ha perso il contatto con quella realtà di fondo. È pertanto costretto a vivere sempre in modo conflittuale il rapporto tra l’antico e il moderno. Da una parte vuole scoprire, conservare, approfondire; dall’altra vorrebbe mantenere vive quelle tradizioni, immergersi in esse, fondersi nelle loro credenze. Desidera ad un tempo osservare e diventare l’osservato etnico. Sente la necessità intellettuale di esplorare e testimoniare, ma allo stesso tempo di consacrare e veder danzare ancora quelle culture mitiche e popolari vicine al suolo. Mentre l’antropologia scientifica esige una comprensione oggettiva della diversità, la creatività antropologica è un flusso del divenire, un agire vivente colto nel momento in cui osserva e conosce se stesso. Sono i principi che animano il “Museo dell’uomo”, titolo della seconda sezione della mostra, che resta nelle intenzioni un museo di antropologia nella misura in cui testimonia e preserva le culture vicine alla terra, uguali e diverse tra loro; ma è anche uno spazio aperto dove continua ad abitare l’uomo che appartiene al suolo, l’uomo d’argilla. La differenza etnologica e il confronto tra le culture fanno apparire una figura sfumata e duttile dell’essere umano. La sua esistenza non si sottomette ad alcuna rigida definizione, poiché resta costantemente aperta verso le alterità che lo circondano: il cosmo, la natura, la molteplicità dei soggetti e degli altri viventi. Il profilo dell’uomo emerge da un insieme di desideri, paure, appetiti, speranze, memorie e azioni legati al mondo esterno e alla pluralità degli esseri, in un rapporto simbolico che trova testimonianza nelle produzioni materiali raccolte e disseminate tra le opere di Costa.
La critica istituzionale è qui implicita, poiché erano le stesse forze vicine alla terra a generare il campo attivo del museo e a scardinarne la vecchia idea di edificio-osservatorio dove le culture venivano imbalsamate e snaturate. Il museo ideale di Costa non risponde ad alcun programma scientifico astratto, il suo stesso significato resta incompleto senza prendere corpo nella realtà dell’agire umano. Non rimaneva, quindi, che far passare l’idea nell’esperienza concreta. Il campo di sperimentazione antropologico-creativa diventa Monteghirfo, un piccolo borgo dell’Appennino ligure con il suo contesto rurale, dove nel 1975 Costa fonda il Museo di Antropologia Attiva, raccontato dalla terza e ultima sezione della mostra. I principi sono quelli del Museo dell’uomo. A Monteghirfo sono custoditi significati e usi degli strumenti del mondo contadino ligure trasformati in segni vitali attraverso l’identificazione, l’interpretazione, la memoria e la relazione attiva con il presente.
La terra e i valori agresti rievocano la circolarità del tempo, ma in un senso diverso dal ripetersi delle stagioni o di eventi simili nel corso della vita e della storia. Il senso del ritorno è dato dall’uomo curvato sul proprio ombelico, ripiegato nel proprio sé, per rivedere la nascita, la morte, la magia, la continuità dell’esistenza, il cielo. Gli oggetti del Museo Attivo sono strumenti di un culto vivente, hanno l’odore del rifugio e dell’umido profondo, del fuoco, dei tetti di pietra e fango secco, delle ossa sbiancate dal sole, della terra fertile irrorata e coltivata, dei rituali, delle lingue antiche e dei dialetti, in parte carichi di saggezza e in parte superstiziosi. Il Museo antropologico di Monteghirfo non si inquadra in nessun limite di spazio razionale o di una raccolta documentaria; è invece una dimora permeabile a tutte le forze del suolo e dell’uomo tornato all’argilla, che Costa lascia agire in quel luogo sospeso tra la terra e gli albori del mito.
METAMAGICO. Claudio Costa
a cura di Marco Scotini
16 maggio – 11 ottobre 2026
PAV – Parco Arte Vivente
via Giordano Bruno 31, Torino
Info: www.parcoartevivente.it

